Emilia sconosciuta:
i vini, i vitigni, le zone
La storia, il territorio, i vini
Sì parliamo di Emilia perché la Romagna è, dal punto di vista enologico, un’altra regione ma insieme sono al quinto posto in Italia per superficie vitivinicola, e al terzo per la produzione in ettolitri. In Emilia Il vitigno più rappresentativo e diffuso è certamente il Lambrusco, o meglio, i Lambruschi, perché ve ne sono numerose qualità con caratteristiche anche molto diverse.
Negli anni Settanta e Ottanta l’Emilia si è guadagnata grande visibilità sui mercati internazionali proprio con il Lambrusco che, grazie al basso costo e a uno stile beverino, si è diffuso soprattutto negli Stati Uniti. In seguito, la fama dei vini emiliani si è stabilizzata complici da un lato le nuove tendenze dei consumatori verso vini con maggiore struttura, e dall’altro la crescente concorrenza vinicola dei paesi emergenti.
L’Emilia esce da questo limbo negli anni Duemila grazie alla intraprendenza dei vignaioli che iniziano l’impianto sia di nuovi vitigni internazionali (in primis il Cabernet sui colli bolognesi ma anche Pinot Nero a Piacenza) che di vitigni emiliani tradizionali quasi dimenticati ma riportati in auge da vignaioli coraggiosi (Malbo Gentile e Spergola).
Oggi l’Emilia è una regione da scoprire, in cui, oltre alle produzioni di massa, troviamo sempre più spesso vini di nicchia, ricercati ed eleganti e non solo frizzanti ma anche fermi e passiti. Lo stesso Lambrusco, così popolare, è oggetto di sperimentazione in versioni ferme, talvolta passate in legno, o in metodo ancestrale e classico, con risultati eccellenti, grazie alla spiccata acidità di alcuni vitigni come il Sorbara.
Ma quelle del Lambrusco non sono le uniche bollicine: tra i frizzanti troviamo il Gutturnio dei Colli Piacentini, la Malvasia di Parma, il Pignoletto dei Colli Bolognesi. L’elenco sarebbe molto più ampio ma per fare un po’ di chiarezza in un panorama così vario ed effervescente ho pensato a una sorta di viaggio: partiremo da Piacenza e, fino a Bologna, vedremo la produzione vitivinicola della regione, con i vini emiliani più tipici, anche meno famosi, ma tutti accomunati da grande sincerità e gradevolezza.
Vini e vitigni della provincia di Piacenza
La viticoltura in provincia di Piacenza ha origini antiche: la vite era già coltivata dagli etruschi secoli prima dell’arrivo dei romani. Attualmente la produzione è distribuita sulla parte collinare su una superficie di circa 6.000 ettari di cui 4.850 in regime DOC da cui si ottengono oltre 220.000 ettolitri di vino. La viticoltura piacentina si sviluppa sulle 4 valli principali da est a ovest: la val Tidone, la val Trebbia, la val Nure e la val d’Arda ed è disciplinata da 3 DOC: Colli Piacentini, Gutturnio, Ortrugo dei Colli Piacentini.
In passato la viticoltura in val Tidone ha risentito dell’influenza del vicino Oltrepò pavese ed è stata vista come più orientata alla quantità che alla qualità del proprio vino. Oggi ci troviamo di fronte a una realtà diversa che è in grado di offrire vini eccellenti, sia di pronta beva che più ricercati e importanti. I vitigni più coltivati a bacca rossa sono Barbera e Croatina, che qui inizia a essere chiamata Bonarda, mentre a bacca bianca abbiamo Malvasia di Candia aromatica, Riesling, Müller-Thurgau e Marsanne. Particolare il caso di quest’ultimo vitigno, quasi inesistente sul territorio italiano, impiantato dall’esercito napoleonico che, all’inizio del 1.800, ne avvia la spumantizzazione. La produzione sopravvive ancora oggi, spesso col nome di “Champagnino”, proprio per ricordarne le origini francesi. Curiosamente la storia si ripete in provincia di Parma ma con un vitigno più noto e diffuso. Anche qui, quando Napoleone mise Maria Luisa d’Austria a capo granducato di Parma, iniziò la produzione di Sauvignon Blanc che, seppur in quantità limitate, continua anche oggi con spumanti gradevolissimi.
La val Trebbia si sviluppa parallelamente alla val Tidone sulla direttiva sud/ovest – nord/est per circa 120 km e ricade nella DOC Colli Piacentini. A causa dell’aspra conformazione dell’appennino, la viticoltura si concentra nella parte finale della valle arrivando fin in pianura alle porte di Piacenza. Anche qui ritroviamo i consueti vitigni tipici del piacentino con prevalenza dei bianchi, Malvasia in primis ma anche Ortrugo, Trebbiano Romagnolo, Sauvignon Blanc e Moscato Bianco che vanno a comporre il Trebbianino Val Trebbia (sottozona della DOC Colli Piacentini) sia in versione ferma che frizzante. Con minori quantità rispetto alla vicina Val Tidone, la val Trebbia si contraddistingue per una viticoltura più di nicchia orientata a vini naturali e biologici.
Anche la val Nure ha un orientamento sud/ovest – nord/est e si snoda tra la val Trebbia a Ovest e la val d’Arda a est prendendo il nome dal torrente Nure che, dopo aver percorso 75 km si immette nel Po’. Buona parte della valle ricade sotto la denominazione Colli Piacentini con prevalenza dei vitigni a bacca bianca come Malvasia di Candia, Ortrugo e Trebbiano che sono l’uvaggio del bianco DOC Colli Piacentini Valnure. A bacca rossa troviamo gli onnipresenti Barbera e Bonarda vinificate in purezza o in uvaggio dando così origine al Gutturnio. Quest’ultimo è probabilmente il vino più rappresentativo tra i rossi della provincia di Piacenza e viene prodotto nelle versioni frizzante, da bere in gioventù, oppure ferme: superiore e riserva che presentano una struttura più importante e si prestano a qualche anno di invecchiamento. Come in val Tidone e in val Trebbia, si affacciano anche in val Nure i vitigni internazionali: Pinot Nero, Cabernet e Sauvignon Blanc che restano ancora ai margini della scena enologica piacentina ma destinati a crescere in futuro.
L’ultima valle piacentina è la val d’Arda che confina a est con la val Stirone in provincia di Parma e ricade sotto la DOC Colli Piacentini. La viticoltura è dominante nella media collina con alcune particolarità che la distinguono dalle altre valli. L’uvaggio del vino Monterosso val d’Arda DOC della omonima sottozona è simile a quello del Trebbianino preferendo al Sauvignon Blanc la Malvasia di Candia vista l’influenza della vicina DOC Colli di Parma. Ne esce un bianco frizzante di pronta beva, tanto piacevole quanto poco conosciuto. Un fuoriclasse è il Vin Santo di Vigoleno una tra le DOC più piccole d’Italia con solamente 5 ettari di terreno nel comune di Vernasca e 1.200 litri di vino. Anche il Vin Santo di Vigoleno era utilizzato per le celebrazioni liturgiche e deriva da rari vitigni autoctoni come uva Santa Maria, Melara e Beverdino vinificati secondo la tradizione settecentesca e tramandata oralmente di padre in figlio. Una volta vendemmiate, le uve vengono lasciate appassire per poi essere torchiate a dicembre. Dopo la decantazione il vino viene affinato per almeno 5 anni in botti scolme di legno non tostato, con una resa finale dall’uva al vino di circa il 15-20%.
Vini e vitigni della provincia di Parma
Fanalino di coda in Emilia per superficie vitata e produzione, la provincia di Parma è stretta tra la maggiore dinamicità di Piacenza e Reggio Emilia. Come per Piacenza, anche qui la viticoltura affonda le sue origini nella storia con coppe e anfore per il trasporto del vino risalenti all’epoca romana ed esposte presso il Museo del Vino di Sala Baganza. Più recente e ancora visibile, in provincia di Parma possiamo ritrovare la piantata padana in cui la vite veniva maritata agli alberi a delimitare i confini dei campi.
La viticoltura ha conosciuto qui un marcato declino a partire dal secondo dopoguerra. Il grano veniva coltivato tra i filari e mietuto a mano ma questa impostazione non consentiva l’uso delle macchine. Inoltre, la meccanizzazione portò a sostituire le viti con colture più redditizie e foraggi destinati alla produzione di Parmigiano Reggiano. L’unica denominazione della provincia è la DOC Colli di Parma che si estende tra la val d’Enza a est e la val Stirone a ovest. I vini DOC rappresentano il 70% della produzione provinciale per una superficie vitata di circa 656 ettari che resta ben poca cosa se paragonata ai 6.800 ettari di Piacenza.
I vitigni previsti in origine dal disciplinare del 1977 erano i classici Malvasia di Candia aromatica, Barbera, Sauvignon Blanc e Bonarda a cui nel 2011 vengono aggiunti anche Pinot Nero, Bianco e Grigio, Chardonnay, Merlot, Cabernet Franc, Sauvignon e Lambrusco Maestri. Il vitigno principe del territorio è la Malvasia dei Colli di Parma la cui storia si intreccia al territorio dai tempi antichi e che, con la sua sottile eleganza, fa da contraltare alla ruspante ruvidità del Lambrusco.
Colli di Parma: origini e peculiarità dei vini DOC locali (ilparmense.net)
Non solo gutturnio – Libertà Piacenza (liberta.it)
Vini e vitigni della provincia di Reggio Emilia
Il Vitigno simbolo dell’Emilia Romagna, il Lambrusco trova nella provincia di Reggio Emilia la sua terra d’elezione. Se a Parma si affacciava timidamente sulla scena, a Reggio diventa protagonista: i Lambruschi Maestri, Marani, Salamino, Montericco, sono alla base dell’uvaggio del Lambrusco reggiano DOC a cui si aggiungono in misura minore altri vitigni a bacca rossa come Ancellotta e Malbo Gentile.
Dalla prima collina alla pianura i lambruschi sono i vitigni più coltivati e, nonostante appartengano tutti alla stessa famiglia, si differenziano anche notevolmente.
Originario della vicina Parma il Lambrusco Maestri ha una maturazione piuttosto tardiva. Tra i Lambruschi è il più corposo e opulento e offre una grande piacevolezza di beva. È spesso vinificato in uvaggio con altre varietà per trasmettere struttura e corpo.
Il Lambrusco Marani è tra i più coltivati perché resistente e offre una produzione abbondante che dà un vino pieno e vivace di colore rosso rubino. Trova la sua migliore espressione verso la pianura e nei terreni alluvionali che gli conferiscono freschezza e fragranza.
Presente in misura minore nella provincia di Reggio Emilia, il Lambrusco Salamino proviene dalla zona di Carpi, nella bassa modenese. È un vitigno produttivo che dona un vino fresco con una leggera sapidità, di colore rubino brillante profuma di fiori e frutti rossi freschi.
Il Lambrusco Montericco ha origine dall’omonima località nel comune di Albinea. Anch’esso di maturazione tardiva non è molto diffuso ma ha una produzione abbondante e regolare. Rustico e di un bel rubino pieno presenta una marcata acidità e un corpo leggero con spuma generosa.
L’Ancellotta è usato principalmente come uva da taglio per compensare in struttura e calore il Lambrusco che spesso ne è povero. In purezza l’Ancellotta offre un colore ricco, buon tenore alcolico ma bassa acidità e profumi piuttosto neutri.
Ancora poco diffuso, il Malbo Gentile inizia a essere vinificato in purezza e non più in uvaggio coi lambruschi. Nella versione frizzante è un vino fragrante, da consumare giovane, anche novello in macerazione carbonica. Ha una buona struttura che ne consente anche un discreto affinamento per la versione ferma.
Le DOC in provincia di Reggio Emilia sono 2. La più estesa, Reggiano DOC, contiene la DOC Colli di Scandiano e Canossa, la sottozona lambrusco e la sottozona Reggiano Rosso. Sono proprio i rossi a dominare ma, grazie all’intraprendenza di alcuni viticoltori, si è recuperato un vitigno bianco autoctono: la Spergola, per anni scambiato per un Sauvignon Blanc, a cui è dedicato anche un bel libro. Originario delle colline di Scandiano, la Spergola presenta caratteristiche ideali per la spumantizzazione: grande acidità e sapidità data dai terreni calcarei e argillosi e ottima predisposizione all’affinamento: per questo si sta affermando rapidamente sulla scena enologica emiliana piuttosto debole sul metodo classico.
Vini e vitigni della provincia di Modena
Dal punto di vista vitivinicolo la provincia di Modena è la naturale continuazione di quella di Reggio Emilia. Anche qui i Lambruschi dominano quasi incontrastati: Sorbara, Salamino di Santa Croce e Grasparossa di Castelvetro. In passato si è spesso privilegiata la quantità rispetto alla qualità e questo non ha giovato all’immagine del Lambrusco, anche fuori dai confini nazionali. Più di recente le nuove tecnologie, la maggiore selezione in vigna, la sperimentazione sul metodo classico e ancestrale hanno riposizionato il Lambrusco migliorandone la qualità e l’immagine. Come gli altri Lambruschi emiliani, anche quello di Modena è un vino accessibile e piacevole, non troppo alcolico ne impegnativo, versatile e ricco di profumi e bollicine.
Il Lambrusco di Sorbara è coltivato interamente in provincia di Modena su terrenti alluvionali, infatti è originario della zona tra i fiumi Secchia e Panaro. Dall’inconfondibile profumo di viola, presenta un colore rubino tenue, talvolta scarico ma corredato da un buon livello di acidità che ha favorito vinificazioni in metodo classico con ottimi risultati.
Anche il Lambrusco Salamino di Santa Croce è coltivato in pianura e proviene dall’omonima località a nord di Modena. Ben bilanciato è un vino fresco da tutto pasto che si abbina ottimamente alla cucina modenese. Presenta un colore rosso rubino con spuma vivace e un profumo vinoso con note di fiori e frutti rossi.
Se dalla pianura ci spostiamo verso la zona pedemontana incontriamo il Lambrusco di Castelvetro. Grazie ai terreni più compositi il vino è più strutturato e persistente e anche il colore risulta più intenso e profondo. Resta un vino, come gli altri lambruschi, di pronta beva, di buona freschezza e sapidità, adatto a tutte le occasioni.
Oltre ai Lambruschi, in provincia di Modena si affaccia il Pignoletto che diventerà protagonista a Bologna ma già qui dà ottimi risultati. Giallo paglierino frizzante, fine e delicato, il Pignoletto proviene dall’omonimo vitigno coltivato nella zona collinare e pedecollinare a sud di Modena e, nel panorama vitivinicolo modenese, bilancia l’esuberanza del Lambrusco. Ottima alternativa al prosecco, è ideale come aperitivo e offre una buona complessità aromatica e freschezza al palato.
Vitigno bianco poco diffuso presente anche nel bolognese è il Montù che però ha grandi possibilità visto che possiede una notevole spalla acida che gli dona spessore e struttura da esprimere sia nella spumantizzazione che in versioni ferme affinate.
Vini e vitigni della provincia di Bologna
Terra di confine tra Emilia e Romagna il territorio bolognese offre una produzione vinicola ampia e variegata. Emergono con forza i vitigni internazionali (Cabernet, Riesling, Chardonnay, Pinot Bianco, Merlot) affiancati dai locali, Albana, Pignoletto, Trebbiano, Sangiovese, Barbera. Il motivo di tanta diversità proviene dalla moltitudine di terreni diversi, dai più sabbiosi e sciolti verso la pianura fino ai calanchi e alle argille della collina.
Pignoletto e Albana sono i vitigni bianchi più rappresentativi che si sono meritati due apposite DOCG. Estremamente versatili (spumanti, frizzati, fermi e passiti) sono ottimi come aperitivi e si sposano con i piatti della cucina bolognese: tortellini e crescentine fritte con salumi.
Tra i vitigni internazionali il più noto è il Cabernet Sauvignon, presente da tempo sul territorio bolognese tanto da essere considerato ormai un autoctono. I colli bolognesi ne rappresentano la migliore espressione con una struttura complessa e profonda che si evidenzia già anche nelle versioni giovani. A seguire anche il Merlot ha trovato sui colli bolognesi la sua zona d’elezione con vini intensi dai caratteristici toni erbacei e buon tenore alcolico.
Tra i vitigni italiani ritroviamo la tradizionale Barbera, che nella versione mossa resta un vino semplice e di pronta beva, ricordando le versioni piacentine, ma è nella tipologia ferma che, spesso grazie al passaggio in legno, riprende forza e importanza e si presta a discreti invecchiamenti.
Praticamente sconosciuto il Negretto è l’unico vitigno rosso autoctono della provincia di Bologna. Recentemente recuperato, ha una buona resistenza alle malattie e produzione costante. Predilige i terreni argillosi di media collina e le recenti sperimentazioni in purezza hanno portato a buoni risultati con vini e equilibrati di buon profilo olfattivo ma ancora irruenti al palato.
Scendendo verso sud est l’influenza della Romagna si fa sentire con il Sangiovese dei Colli Imolesi che si presenta robusto, di un rubino pieno con un tannino deciso che si ammorbidisce nella versione riserva. Ricorda un po’ il temperamento dei romagnoli, a volte ruvido ma allo stesso tempo sincero e accogliente.
Vini e vitigni della provincia di Ferrara
Può sembrare stano ma enologicamente la provincia di Ferrara con la DOC Bosco Eliceo viene considerata all’interno dell’Emilia anche se si tratta di fascia molto stretta sul litorale adriatico. Ciò è dovuto probabilmente al fatto che i vini ferraresi presentano molte più analogie con i vini emiliani che non con quelli romagnoli. Infatti troviamo vini perlopiù frizzanti, di colore scarico e pronta beva, abbastanza lontani dai corposi e talvolta longevi romagnoli.
I terreni da cui provengono sono quasi totalmente sabbiosi, con piccole percentuali di limo e argilla, su cui troviamo anche vigneti a piede franco che la fillossera non è riuscita ad attaccare. Detti anche vini delle sabbie, i vini che ritroviamo in queste zone hanno un corpo esile, bassa gradazione e sono da consumarsi in gioventù.
Accanto agli autoctoni Russiola, ormai quasi scomparsa ma oggetto di recente rivalutazione, e Fortana (detta anche Uva d’Oro) troviamo anche Merlot, Sauvignon e Trebbiano che danno risultati molto particolari grazie all’ambiente pedoclimatico dalle caratteristiche uniche. Infatti, oltre al terreno sabbioso, abbiamo le temperature più alte di tutta l’Emilia, marcata umidità, ma anche una buona escursione termica che esalta la carica aromatica delle uve.
La vicinanza del mare incide sensibilmente sul carattere dei vini donando sapidità ma soprattutto grande mineralità che arriva a toccare toni salmastri nei bianchi.
I vini emiliani
Un viaggio lungo la via Emilia da Piacenza a Ferrara per scoprire i vini emiliani. Dai più celebrati a vere e proprie rarità, i vini emiliani stupiscono per semplicità e finezza e sono apprezzati in tutto il mondo.