Gallosi: vini fatti con le mani (e con il cuore)
“Ma chi gliel’ha fatto fare?” Mi chiedo mentre scendo gli scalini di sasso irregolari che portano alla meravigliosa cantina che lui stesso ha restaurato (la costruzione risale a oltre 3 secoli fa). Gianluca Gallosi mi racconta di come ha cominciato a fare vino: nel modo più semplice: con le mani e con la schiena; sembra di parlare con uno dei vecchi del paese, che ancora hanno la forza e conoscono la fatica. Siamo in località Case Battioni, nei pressi di Prelerna (Solignano), una manciata di abitazioni antiche, sulla costa che separa la val Taro dalla val Pessola, a circa 800 metri di quota. Il monte Barigazzo ci osserva maestoso mentre le brezze dal crinale proteggono le viti dall’umidità.
Certo, non siamo nelle langhe, anzi, molto lontano dai riflettori, eppure, se non eroica, questa è una viticoltura coraggiosa. Il terreno è difficile, franoso, calcareo argilloso con un substrato di arenaria che lo rende molto pietroso, i pendii scoscesi e spesso solcati da calanchi.
Non è un caso che Gianluca sia l’unico agricoltore in zona ad aver avviato una produzione vitivinicola anche se, come per le vicine valli del Taro e del Ceno, nel secolo scorso la viticoltura era abbastanza diffusa. La conduzione in vigna è moderna (Simonit & Sirch) e sorvegliata: Gianluca non si è improvvisato, collabora con l’Istituto Agrario Bocchialini di Parma e si avvale della consulenza di agronomi ed enologi.
Il vigneto, in conduzione ultra biologica, è adagiato in una conca, solo poco più di un ettaro con una produzione minimale, “garagista” come direbbero i radical chic, ma di una forza e verità disarmante. Le viti si sono ben adattate e crescono vigorose: abbiamo un po’ di tutto: dagli onnipresenti Pinot Nero e Chardonnay, alla ricercata Malvasia Rosa, per arrivare fino al Syrah e Traminer.
Dallo Chardonnay in purezza Gianluca tira fuori il Ghevion, un metodo classico raffinato e suadente nella versione Brut, più affilato e audace nel pas dosé. A seguire abbiamo un blend di Pinot Nero e Syrah: elegante, potente (arriviamo a quasi 15° nelle annate più calde), un esperimento ben riuscito dove i 2 vitigni si integrano e compensano con equilibrio e armonia. E poi la Malvasia Rosa in purezza, un vitigno piuttosto raro, recuperato recentemente da vignaioli coraggiosi, Qui siamo all’inizio e trovare un benchmark è complicato (presto farò un giro anche da Camillo Donati, lo prometto) ma il vino è scorrevole, levigato, affascinante, inedito.
La nota comune è la passione. Forse c’è un po’ di improvvisazione, di incoscienza nelle scelte in cantina; siamo lontanissimi da etichette patinate e vetro satinato ma nei vini di Gianluca si sente il terreno, la mano, la tenace volontà di fare (non produrre) vino nel modo vero, con le mani appunto, e piegando la schiena.
Non mi sono scordato i riferimenti, semplicemente non c’è un sito internet, l’esperienza in questo caso va guadagnata quindi il consiglio migliore che vi posso dare è farvi un giro a Prelerna e assaporare dal vivo i vini in cantina.